Racconto: Sara e il suo cane

Racconto estratto dal libro "Il sipario del cielo sfumato" di Gian Luigi Benni

Grosse teste con creste aguzze che spiccavano verso l’alto, due a sinistra e due a destra; lingue rosse che uscivano tra denti minacciosi e fumi colorati, il tutto accompagnato da musiche stridenti e vocii paurosi che sgorgavano dagli altoparlanti posti ai lati dei quattro draghi.
Sara non ci voleva salire su quella giostra, le faceva paura, proprio non le piaceva.
Ma il fratello maggiore insisteva, voleva metterla alla prova, oppure mettere alla prova la propria stupida superiorità maschile.
Allora Sara, cocciuta, testarda e tenace come sempre, raccogliendo la paura nelle sue spalle esili, acconsentì e salì su quella giostra dei draghi verdi che, appena partita, catapultò i loro corpi a velocità talmente assurde da far accapponare la pelle anche al più temerario degli uomini coraggiosi.
E sai che divertimento!?
Un divertimento da ricordare, vero Sara?
Il racconto me lo fa la madre di questa bimba di sette anni gracile, pallida, emaciata e silenziosa.
Troppo silenziosa.
Al punto da non far uscire dalle sottili labbra nemmeno un accenno di saluto, nemmeno una smorfia del viso e, dopo un solo timidissimo sguardo iniziale, nemmeno i piccoli occhi riuscivano a indirizzarsi verso di me.
Sara non c’era.
Non voleva esserci.
Non voleva ormai più nessuno.
La madre racconta che dopo quell’esperienza, quel viaggio sulla giostra del drago, Sara non ha più parlato con nessuno, le uniche scarne parole erano quelle che rivolgeva alla madre ma in assoluta intimità, senza che nessun’altro potesse ascoltare o solamente vedere questa piccola bimba intimorita parlare.
Già, perché parlare o confidarsi sarebbe sembrata una debolezza e si sa, i deboli non sono fatti per i draghi.
Mi viene riferito anche che da quel momento Sara non ha più voluto andare a scuola.
Senza motivi, senza giustificazioni, senza apparenti motivazioni.
Non è che non ci provasse, anzi, ogni mattina percorreva la strada del piccolo paese che la conduceva all’edificio scolastico ma quando si trovava di fronte ad esso iniziava a sentirsi male: sudava freddo, il cuore palpitava, i muscoli si irrigidivano: non riusciva ad entrarci in quella scuola.
Un giorno ci era anche entrata ma, dopo solo alcuni minuti la videro svenuta sul banco.
Trattiene a stento le lacrime la signora che mi sta raccontando l’ultimo mese di disavventure della sua bambina.
Le trattiene fino a quando dalla borsa non toglie, appoggiandoli sul tavolo, tutti i farmaci che medici e specialisti hanno prescritto alla bimba.
Adesso le lacrime scendono e scivolano su questo viso che, pur marcato dalla sofferenza, mantiene il colore roseo della sua costituzione.
Mi aspetto che Sara, magari commossa, emozionata o colpita dal pianto della madre, abbia qualche reazione; invece nulla, nemmeno si avvicina e scorgo che, mentre la madre cerca di avvicinarsela tendendole un braccio, si scosta bruscamente.
La signora si accorge che la scena non mi è stata indifferente e mi sussurra che, da quella volta, Sara non vuole essere toccata: da niente e da nessuno, nemmeno sfiorata, figuriamoci baciata.
Lancio un’occhiata ai farmaci che sono stati sottoposti al mio sguardo e, con un certo fastidio, mi accorgo che si tratta di psicofarmaci.
Di ogni tipo e di ogni genere.
Accolgo la preoccupazione della madre nel continuare a somministrare quelle medicine alla figlia, ma sottolineo che non è in mio potere (nemmeno diritto) sia sotto il profilo legale che a livello etico esprimere giudizi sull’operato dei medici e soprattutto sull’efficacia o meno dei farmaci.
Spiego che la mia professione e soprattutto la mia preparazione seguono una strada completamente differente rispetto a quella medica, che comunque non viene in alcun modo osteggiata o contrastata e che, non essendo medico ma naturopata non posso permettermi di modificare, anche a livello di consiglio, le indicazioni dei medici.

Mi guarda fisso per un attimo e poi si scioglie in un sorriso facendomi intuire di aver ben capito e che, probabilmente proprio per quanto io ho detto, lei si era rivolta a me.
Rispondo compiaciuto al sorriso e chiedo ulteriori notizie, non tanto sull’episodio accaduto quanto sull’infanzia di Sara e sulle persone che ha frequentato e che attualmente frequenta.
Ne esce un quadro “tranquillo” apparentemente sereno, senza strattoni o “deviazioni” di sorta: un quadro da brividi piatti, senza emozioni né deboli né forti, senza cambiamenti, senza alcun tipo di altura.
Proprio come il paesaggio che contorna la loro abitazione: deserto, piatto, tranquillo, con un’unica strada che, lunga e diritta come un ago da calza, scorre per le campagne circostanti collegando l’abitazione della famiglia di Sara con la strada principale.
Un’infanzia fatta di molto silenzio, di grandi giornate vuote, silenziose, tranquille: assolutamente e volutamente asettiche.
Non posso certo permettermi di giudicare scelte di vita di persone semplici, umili e comunque oneste, come mi sembrava la persona che mi sedeva di fronte ma, non posso comunque fare a meno di pensare che forse la crescita di un bambino, di una nuova persona, ha necessariamente bisogno anche di stimoli differenti.
Di stimoli e di situazioni che possano portare anche al di là della lunga strada diritta e desolatamente vuota, anche al di là delle sole campagne circostanti, anche al di là dell’unico rumore di niente che avvolge il caseggiato dove Sara è nata e vive tuttora.
Ma si sa, l’occhio e la mente del cittadino metropolitano tendono sempre ad essere ipercritici nei confronti dell’opposto vitale.
La mente e l’occhio dell’umano tendono sempre e comunque, per istinto o per necessità, a criticare ciò che viene inteso come diverso, come differente; forse per un pizzico di invidia nei confronti degli opposti o solamente per manifesta incapacità nel sentirsi capaci e in grado di poter gestire situazioni che sembrano così distanti da affacciarsi alle nostre menti con una timidezza e un timore reverenziale assolutamente estremi.
Provo a guardare attentamente questa bimba che non vuole farsi scrutare, che si nasconde svolazzando lenta nella stanza giocando con le nostre ombre e con la sua mite e minuta figura.
Salta, la sua ombra, o forse la sua candida anima, da un angolo all’altro, dall’alto in basso, dal soffitto al pavimento, da una parete all’altra senza mai fermarsi, senza mai farsi prendere o solamente vedere.
Perché Sara non c’è.
Non ci vuole essere.
Il mio sguardo deve infastidirla a tal punto da farmi sentire in imbarazzo concedendomi, ogni tanto, delle occhiate pesanti come macigni e intrise di sfida netta e cocente come le sue voglie e i suoi pensieri, così turbati da non farla quasi più vivere in maniera serena. Magari tranquilla. Come quel posto nel quale vive.
Procedo nel mio percorso professionale e, chiaramente e per fortuna, non trovo assolutamente nulla che possa spiegare o giustificare un simile atteggiamento.
Mi limito a consigliare alcuni composti di piante e un’essenza di gelsomino, per cercare quantomeno una sorta di riequilibrio a livello nervoso e, dopo aver tranquillizzato la madre, mi accingo a salutarla dandoci appuntamento al mese successivo.
Sono solito portare nella borsa dei piccoli “gadget” che utilizzo, regalandoli, quando mi vengono a trovare dei bambini, e anche quel giorno metto mano alla borsa e ne estraggo un piccolo cane di peluche che funge da ciondolo o portachiavi.
Lo allungo a Sara mentre sto per salutarla.
La sua mano si tende verso il peluche e i suoi occhi cambiano improvvisamente aspetto: si rivitalizzano, si emozionano, si colorano di una luce squisita che mai era apparsa durante il tempo del nostro incontro.

seconda parte

Penso molto a questo incontro.
Ci penso la sera stessa e i giorni successivi.
Penso e rifletto soprattutto sull’atteggiamento di Sara di fronte alla mia offerta finale: sarà stato il peluche?
Sarà stato il gesto di offrirle qualcosa?
Sarà stato il vedermi non come terapeuta ma come persona?
Come amico?
Ci rifletto ma i pensieri sembrano girarmi a vuoto nella testa.
Non ci arrivo.
Qualcosa mi sfugge.
Forse molto, mi sfugge.
Anche nei giorni a venire ripenso a quell’incontro, a quella esile bambina, soprattutto a quegli occhi così diversi dopo aver preso tra le mani il piccolo cane di peluche.
Ci penso fino a quando, dopo circa un mese, ritrovo Sara e la madre nel mio studio per, come concordato, fare il punto della situazione dopo il primo periodo d’intervento naturopatico.
La Signora mi dice che Sara, il giorno dopo il nostro precedente incontro, prese i farmaci che stava assumendo e li gettò direttamente nell’immondizia sostenendo di volersi curare solamente con i rimedi che io le avevo consigliato.
Sobbalzo, mentalmente, dalla sedia aspettando di sentirmi raccontare qualche effetto paradosso dovuto all'interruzione dei farmaci ma, per fortuna, ciò non accade.
Anzi, continua la madre di Sara,
-Ho visto mia figlia più motivata e più intraprendente, anche se...
Si ferma un attimo, rivolge lo sguardo verso Sara che si era appoggiata alla mia sinistra con i gomiti sul tavolo
 -Anche se…, di scuola non se ne parla nemmeno!
Sara ascolta.
Si incupisce.
Incenerisce con lo sguardo la mamma e si rivolge a me con voce flebile
-Io avevo un cane, avevo un cane come quello che tu mi hai dato l’altra volta…
Aspetta con ansia la mia reazione e, all’accenno d’intervento della madre riesco a farle capire, strizzando leggermente gli occhi, di non parlare, di aspettare.
Infatti Sara, forse sorpresa da questo attimo di silenzio, aggiunge
-Si chiamava Gardo-
Adesso si che posso intervenire, e lo faccio con un sollievo tale da sentirmi il cuore raggiante di calore, di sentimento, di affetto e di rinnovata voglia di poter aiutare questa piccola persona bionda in difficoltà.
Perché adesso Sara mi ha fatto capire di esserci.
Mi ha fatto capire di volermi.
Ora sta a me capire cosa vuole e come mi vuole.
Chiaramente indago sul cane Gardo e, dal racconto della madre vengo a sapere che fin dalla nascita Sara era vissuta in compagnia della bestiola che era diventata il punto di riferimento delle sue giornate e dei suoi giochi.
Poi, qualche mese fa, Gardo venne trovato senza vita sulla strada che porta alla loro abitazione, probabilmente investito da un’auto.
Ci volle un po’ di tempo affinché Sara potesse accettare l’accaduto.
Tempo trascorso tra lacrime e disperazione; tra capricci e prove di forza con i genitori che, a sua detta, non presero sul serio la morte di Gardo e soprattutto non vollero più un cane da tenere con loro nella grande casa di campagna.
Questo fu lo sfogo di Sara.
La punizione inflitta ai genitori e al fratello era proprio quella di smettere di parlare e smettere di onorare il suo impegno scolastico.
Consolo con parole di circostanza dispiaciuta e vere carezze affettuose la testa di Sara che ormai mi si era pressoché seduta al fianco e, congedandomi da loro, riesco a far capire alla madre di volerle parlare senza la presenza della figlia.
Con una banale scusa Sara uscì dallo studio e rimase, in compagnia del fratello, nella sala d’aspetto a sfogliare alcune riviste.
Vidi, scorgendo la data di nascita sulla mia scheda, che tra qualche tempo sarebbe stato il compleanno di Sara e chiesi alla madre se non fosse il caso di regalarle un nuovo cucciolo di cane.
Lo sguardo della signora si alzò verso i miei occhi
-Crede sia necessario?
-Più che necessario credo sia importante per Sara- affermo guardandola e scorgendo un volto non convinto.
-Sa, mio marito, non è proprio d’accordo
-E perché?- mi permetto di obiettare
-Perché non è proprio un amante dei cani...
Si gratta il naso e, dopo essersi assestata con una mano i capelli, aggiunge
-Però, potrebbe essere un’idea. Certo come mai non ci avevo pensato prima?
La saluto stimolandola nel provare a convincere il marito e chiedendole di chiamarmi tra circa due settimane per mettermi al corrente sugli sviluppi dello stato di Sara.
Mi sorride e mi fa cenno di si con la testa.
Mi sorride il fratello e mi sorride Sara stessa che mi si avvicina per essere abbracciata di fronte allo stupore della mamma.
-Ciao Sara a presto, e salutami la tua bella campagna
-Ciao naturopata, perché non vieni a trovarmi nella mia bella campagna?
Annuisco promettendo che prima o poi andrò a farle visita a patto che mi faccia da guida e mi insegni i nomi di tutte le piante che circondano la sua abitazione
-Perche sai?- aggiungo sorridendo
-Noi naturopati di città siamo molto ignoranti sulle piante e quindi abbiamo bisogno di una Sara maestra che ce le possa insegnare.
Ride, ride di gusto, pensando probabilmente all’imbecillità di noi poveri esseri che scegliamo di vivere immersi nel cemento e non nella natura vasta e sconfinata del suo piccolo paese.
Mi sento soddisfatto e riesco a non pensare a quell’incontro fino a quando, qualche giorno più tardi, mi arriva la telefonata della madre di Sara.
-Senta, uhm, volevo dirle, uhm...
mi allarmo -Forse Sara non sta bene?
-No anzi, sta benissimo!
mi tranquillizzo -E allora?
-Allora volevo invitarla al suo compleanno che sarà il prossimo sabato.
La sento un po’ a disagio.
-Lo so, con tutti i suoi impegni, ma sono certa che Sara ne sarebbe felicissima; non fa che parlare di lei e del suo peluche!
-Ecco, appunto, il peluche...
-Come, perché il peluche?- mi risponde sorpresa
-Perché sarebbe il caso di tramutarlo in un cane reale, non trova?
-Lei dice?
-Dico, dico…- ci penso un attimo e poi azzardo
-Facciamo un patto: io vengo al compleanno di Sara se il suo regalo sarà un cane!
-Ma un cane vero! Mi intende?
Mi intende, mi intende la signora e infatti dopo un soffio di silenzio
-Va bene, credo proprio sia la cosa giusta, anzi, sa che lo abbiamo forse già trovato?
Sono contento e saluto la signora accordandomi per la festa di compleanno del sabato successivo.

il finale

Maledicendo più volte, anche a voce alta, la lunga strada che mi sta portando fuori dalla città in questo altrettanto maledetto sabato padano di grigiore e freddo, tra nebbia fittissima, traffico assurdo e strade sbagliate riesco a raggiungere, nell’ormai tardo pomeriggio, l’abitazione della famiglia di Sara.
Mi stavano aspettando, tutti quanti, Sara compresa, che mi viene incontro nell’ampio cortile semibuio e, con raggiante sorriso, mi mostra una tenera bestiola che amorevolmente tiene tra le braccia.
 -Ciao naturopata, ti piace? Si chiama Drago!
-Ma è bellissimo, dove l’hai trovato?
-Su dai, non fare tante storie, lo so che anche tu ti eri messo d’accordo con la mamma.
-È il più bel regalo di compleanno che ho ricevuto sai?
-Ne sono proprio contento, e tu come stai?
-Ma dai naturopata, anche oggi vuoi lavorare? Sei venuto per il mio compleanno vero?
-Certo!
-E allora entra, dai, stavamo aspettando te per tagliare la torta!
La casa grande e spaziosa mi accoglie con un tepore più che gradito e gli stessi familiari di Sara mi si fanno incontro con un calore ed un affetto che noi, cittadini ormai divenuti frettolosi e diffidenti, stentiamo anche solo ad immaginare.
Il padre di Sara, un uomo smilzo, timido, dai lineamenti contratti e trattenuti, con pochi capelli e l'atteggiamento pauroso, mi si avvicina e, dopo essersi timorosamente presentato, mi invita con cortesia quasi esagerata a sedere al suo fianco.
Sara, al tempo stesso, seguita a saltellare gioiosa con il suo cane per la stanza intera fino a che, dopo il classico taglio della torta con relative otto candeline rosa, mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio -Mi accompagni tu lunedì a scuola vero?
Rimango un attimo sbalordito per la sorpresa che la richiesta, spontanea ma improvvisa, mi ha stimolato e non riesco a rispondere immediatamente.
Fingo di non aver ben sentito e nel frattempo penso a tutto ciò che può essere utile o meno al percorso della bimba verso l'uscita da quella sua particolare situazione.
Sara, che capisce, o quantomeno intuisce, il mio imbarazzo, ritorna all'attacco stavolta a voce alta -È vero naturopata che lunedì mattina mi accompagni a scuola?
Tutta la famiglia rimane sorpresa, almeno quanto me, dalla richiesta della bimba e cala all'improvviso un silenzio di plateale imbarazzo.
Adesso tocca a me.
In uno spazio infinitesimale penso sia il caso di decidere con il cuore e non con la ragione, e il cuore mi dice che Sara desidera fortemente ciò che ha chiesto.
Il cuore mi solletica nella risposta pronta e decisa.
-Certo Sara, lunedì ti accompagnerò a scuola con la mamma e con Drago!
-Ma lui non può stare a scuola con me!
-Certo che no, ma la strada con noi può benissimo farla, non credi?
Sara annuisce, è soddisfatta, felice, radiosa.
Salta per la stanza urlando ed incitando il cucciolo a saltarle addosso; insieme si rotolano sul pavimento e la bestiola sembra aver capito che, anche e soprattutto per merito suo, questa felicità bambina è di nuovo potuta rivivere sulle labbra, sul volto, sull'intero corpo di questa piccola persona bionda dall'aria, ora si e finalmente, serena, felice e tranquillamente festosa.
-Buon compleanno Sara, ci vediamo lunedì
mi si avvicina per salutarmi cercandomi la guancia per un bacio e avvicinandosi all'orecchio mi mormora -Sei proprio un bravo naturopata sai?
Mi tengo il gradito complimento per tutto il viaggio di ritorno durante il quale penso agli appuntamenti da spostare per onorare la mia promessa, ma soprattutto rifletto sull'opportunità di aver accettato una situazione quanto meno originale.
Mi consulto telefonicamente con un amico psicologo che, come mi aspettavo, appare molto renitente riguardo alla mia scelta e mi chiede, forse più di una volta, il motivo per il quale abbia acconsentito a una richiesta così esplicita ma anche così particolarmente originale.
Ci penso un attimo prima di rispondere, poi non posso far altro che dire
-Vedi Roberto, la risposta mi è venuta immediata, quasi spontanea, è scaturita dal cuore, mi si è illuminato il verde del quarto chakra, proprio quello del cuore....
Lo sento bisbigliare qualcosa nel telefono
-Cuore verde, quarto che?
-Quarto chakra, quello del cuore!
Dimenticavo che lui, oltre a non conoscere la materia è anche molto scettico verso tutto quello che riguarda l'energetico in generale.
Ma Roberto, oltre e prima di essere uno psicologo è anche un amico quindi, con un tono di voce tra il suadente e il comprensivo mi saluta.
-Va bene, va bene, verde o non verde, chakra o non chakra, ormai va bene così, ma lunedì mattina voglio esserci anch'io!
Grazie Roberto, era proprio quello che desideravo ma non osavo chiedere.
Mi sento più rinfrancato e termino il viaggio canticchiando nel buio nebbioso della campagna padana fino a quando scorgo le allucinanti luci che mi antepongono alla città.
Che mondi differenti in così pochi chilometri.
Che genti differenti in così poco spazio.

Alle 7e30 del lunedì successivo mi trovo già nei pressi dell'abitazione di Sara dove, di lì a poco mi raggiunge Roberto che mi indica gli atteggiamenti, le giuste parole ed i comportamenti corretti da tenere durante questo anomalo intervento.
Attendo Sara e la madre che si avvicinano dopo circa dieci minuti con passo spedito e grande sorriso.
-E Drago dove è finito?
Allarga il sorriso Sara e mi risponde:
-L'ho ben salutato e messo a cuccia perché la scuola non è roba per cani!
Annuisco e salgo in auto con loro lasciando Roberto solo a seguirci a distanza più che debita.
Ed eccoci davanti all'edificio scolastico.
Sara si fa forza, si stringe nelle spalle, smorza per un attimo il sorriso lucente che ci ha accompagnati nel breve tragitto e mi stringe la mano.
Io alla sua sinistra, la mano della madre alla sua destra e i nostri passi lenti e cadenzati che ci fanno approssimare alla soglia della scuola.
La maestra, avvisata per tempo, ci attende sulla rampa di accesso e saluta Sara con enfasi non contraccambiata.
Uno sguardo di intesa, un ultimo strattone di mano ed ecco che la minuta barchetta lascia l'ormeggio, saluta con un gesto della mano gli accompagnatori e finalmente si stacca dal porto per approdare verso lidi, vicini o lontani non è dato sapere, ma senz'altro e unicamente suoi.
Ancora un'incertezza, Sara si svincola dalla maestra, si volta e correndo mi raggiunge.
Di colpo penso di avere fallito, in una frazione di tempo tutte le scelte mi riaffiorano alla mente e mi sento veramente male: arrossisco, sudo, mi contraggo fino a che Sara, con voce suadente mi bisbiglia -Sai perché ho voluto chiamare Drago il mio cane?
rispondo con la stupida sicurezza del sapere
-Per via del drago della giostra?
-Ma va, naturopata! Perché Drago è l'anagramma di Gardo!
Riprende a correre, raggiunge la maestra e con lei sparisce nei meandri della scuola elementare del piccolo paese.